Pino Boero
Un po' di me e letteratura per l'infanzia

Dove vanno gli scrittori per l’infanzia?

Uno degli elementi che spesso mi ha colpito affrontando la storia degli scrittori per l’infanzia è stato quello di rilevare sparse ma consistenti tracce di sensi di colpa, di renitenze, di cautele nel dichiarare la personale “vocazione” o – se si preferisce – il particolare “mestiere” quasi che accreditarsi come scrittori di libri per bambini rappresentasse un abbassamento del ruolo, una macchia in un percorso “alto” fatto di letture “serie”, di fatti concreti, non di evanescenti “bambinate”; più volte – riprendendo un discorso per me “intrigante” e mai chiuso – ho citato Pinocchio attestato, appunto, come “bambinata” dallo stesso Collodi in una lettera al direttore di “Il giornale per i bambini”: “ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla” (1881). Ma fra “bambinate”, rimpianti e “mercato” Collodi non è stato lasciato solo: Luigi Capuana confessò a Ugo Ojetti che il suo secondo libro di fiabe era nato dalla constatazione che “la letteratura infantile [fosse] davvero la più remunerativa (1895);  Giovanni Pascoli voleva fare ” libri di lettura per le scuole elementari” avendo idea di ricavare “da questi libri […] il nido dove andare a dormire. Perché tutto il resto non porta a nulla” (1901); Ida Baccini si dichiarò vittima delle Memorie di un pulcino perché il successo del suo primo libro per bambini le impedì di coltivare altri generi letterari (1904); Marino Moretti annotò in Il libro dei miei amici (1960) che un “grande scrittore [doveva] infischiarsene della cara infanzia, anche se solo la cara infanzia [portava] allora pecunia agli uomini di penna, specie se di penna svelta”. Insomma non ci dobbiamo stupire se l’anno scorso, quando Andrea Molesini, scrittore per l’infanzia con una dozzina di libri all’attivo e Premio Andersen alla carriera nel 1999 ha vinto la   49a edizione del Premio Campiello con il romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna (Sellerio, 2010), un giornalista di “Il Sole 24 ore” ha scritto: “La vittoria di Molesini è stata nitida e premia uno scrittore molto attivo nel campo della letteratura per ragazzi ma all’esordio come romanziere“, quasi mettendo in evidenza che i testi scritti da Molesini per ragazzi non entravano nella categoria del “romanziere”… Nessun dubbio, quindi, che lo sviluppo della produzione per bambini e ragazzi sia vista dai “cultori” di letteratura “alta” con supponente diffidenza, qualche dubbio, invece, mi viene da un fenomeno che riguarda la singolare convergenza (vedremo perché) fra due posizioni apparentemente opposte: da un lato alcuni “passatisti” rimpiangono la scarsa attenzione che si dà alla valenza pedagogico-valoriale del libro per ragazzi e forse vorrebbero ricondurre i giudizi sui libri a quelle generiche categorie del “bello” e del “buono” con cui si schedavano i testi negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, dall’altro c’è chi sembra puntare sulla scomparsa dell’autore come ha fatto Simonetta Fiori su “La Repubblica” nel luglio 2011 presentando il mestiere di “copywriter nel mondo dei ragazzi”: “Il loro mestiere è spacciatori di storie, si potrebbe anche dire […] Sono giovani ma conoscono già tutte le mode dell’editoria italiana, le formule magiche come distopico e seriale. Come nome della squadra hanno scelto Immergenti, che parodisticamente allude agli “emergenti” […]. Un gruppo eterogeneo, di diversa provenienza. Un mancato notaio. Un ex consulente museale. Un’archeologa medievista. Un filosofo heideggeriano. Uno psicologo. Un traduttore esperto di videogiochi. Un fumettista. Un ex editore di libri-game. Anche un idraulico, abilissimo nei giochi di ruolo. Dalla loro officina sono usciti quasi duecento titoli, già pubblicati o in procinto di esserlo presso i più importanti publisher italiani […]. Una fabbrica delle storie attenta alle richieste del mercato […], un gruppo di autori che incrociando competenze differenti riesce a sfornare un’infinità di narrazioni. Con un’accurata distribuzione dei compiti. C’è chi propone l’ idea. C’è chi provvede a disegnare il plot. C’è il titolista esperto. E c’è chi scrive e firma il libro”.

“Passatismo” di qualche scrittore (e critico) alla ricerca del libro che “faccia del bene” e “radicalismo chic” di chi valorizza la scomparsa dell’autore convergono perché sono due facce della stessa medaglia: davanti a una letteratura che ha smesso di attraversare i confini perché di fatto li ha aboliti, dare come fondamentali i valori di un moralismo d’antan o dichiarare, al contrario, nuovi e definitivi quelli della morte di ogni autonomia creativa vuol dire incorrere in quel provincialismo che troppo spesso ha caratterizzato la storia della cultura italiana o chiusa in difesa o pronta a credere che le mode siano immutabili e in sostanza adeguarsi a quella vecchia idea segnalata all’inizio, che ai bambini, cioè, bastino le bambinate scritte programmaticamente per insegnare o per sfornare millanta titoli e serie ammantando di riflessione critica e di finta profondità l’antica, normale esigenza pascoliana di costruirsi il nido dove andare a dormire.